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26 ottobre 2006


Gli asini del tre più due

Marina Montacutelli,  24 ottobre 2006

Dibattito     Un'indagine dell'Istat rivela un clamoroso - e non del tutto inatteso - fallimento della riforma universitaria che separa la carriera degli studenti in due tappe distinte. Primo motivo, la carenza degli iscritti che sono diminuiti di ben 16 mila unità



Qualcuno l'aveva detto, che tre più due genera asini. Che si voleva ridurre l'università a un discount. Che questo avrebbe cagionato, e non certo nel lungo periodo, perversi effetti collaterali: l'estendersi di logiche utilitaristiche, la subordinazione della qualità senza avere in cambio neanche la quantità, l'affannarsi necessario - stante il titolo aereo, breve ma anche magistrale - nella babele dei privatissimi e costosissimi master. Che la pretesa funzionalità al mondo produttivo scantonava verso un sapere minimo, imbalsamato, debole e contraddittorio, inutile e inutilizzabile anche per le imprese. Che la riforma escogitata dagli allora ministri L. Berlinguer e O. Zecchino - e mantenuta nel suo impianto di sostanziale giro d'affari dal governo successivo - esprimeva solo, in un falso miscuglio di liberalismo e "democraticismo", una profonda ignoranza e una crassa, scimmiottante subordinazione culturale: americani, senza esser l'America. Che invece del "tecnicizzante" e "professionalizzante" avviamento al lavoro - riservato a chi in America non può andare - bisognava pensare ad un percorso educativo indirizzato non al "come" ma al "perché" delle cose e dei processi.

Ora - dopo Alma Laurea, che nessuno ha voluto leggere - ce lo dice anche l'ISTAT. Conti alla mano, la riforma sta fallendo per mancanza di avventori: nell'anno accademico 2005-2006 si sono iscritti 16 mila studenti in meno. Probabilmente, il 20 per cento di loro abbandonerà prima del secondo anno; non sappiamo ancora quanti arriveranno alla laurea, essendo sovrastimati finora i dati dagli araldi del 3+2. Guardando figli e nipoti abbiamo qualche idea, invece, della qualità del pezzo di carta come attesta, infatti, l'Istat: i giovani dichiarano anche (62,4%, e sono davvero più saggi di noi) che il nuovo sistema ha peggiorato la qualità culturale complessiva.
Il parco-clienti, dunque, si assottiglia; le università, nella loro rispettabilissima autonomia, rischiano il fallimento; i docenti - unici colpevoli, ché il cerino in mano a qualcuno bisogna lasciarlo - non sono in pericolo solo perché diminuiscono anche loro: nella nuova finanziaria il turn over sarà assicurato, al solito, dal solito precariato. Che, per la verità, l'America non la vorrebbe: avrebbe bisogno di maggiori risorse, di libertà intellettuale, di diritti sociali e lavorativi; vorrebbe poter scegliere la propria vita senza la spada di damocle della - continua - temporalità. Vorrebbe una cosa chiamata "dignità", come persona e come lavoratore.

E allora, tra le tante, una domanda postami da un acuto e intelligente osservatore: invece di vaneggiare e vaniloquiare di diritto al successo formativo [sic] senza che nessuno mandi gli autori di queste evanescenze a pelar patate, c'è qualcuno che ha invece una sia pur vaga idea - e poi sia capace - di una politica della formazione (dalle elementari all'università) che non sia qualunquismo demagogico? C'è ancora qualcuno che ha voglia di combattere per la cultura, il sapere, la ricerca pensando - anche, peraltro - alla loro funzione civile? C'è qualche uditore, qualche interlocutore di questi valori universali, di questi fondamenti della civiltà? In questi anni ci siamo sentiti grilli parlanti o rane gracidanti nel fango che eravamo costretti a propinare, insieme a un sapere trasmesso in dosi omeopatiche; siamo stati e siamo offesi da questo trionfante, inarrestabile taylorismo.

Come ha notato qualcuno, e senza aver bisogno dei dati Istat: l'università è lo specchio della società; nel nostro caso, di un Paese diventato oligarchico e avviato al declino: dunque, se il destino di un giovane è quello di finire in un call center non occorrono tanti investimenti. Ma quel che è certo - dice un precario - è che nessuno potrà trarre vantaggio da corsi di laurea à la page concepiti, ogni tre anni, per tenere a bada tardoadolescenti familisti in mano a una casta che si vuol screditare e rendere cinica venditrice di crediti, non importa - tutto sommato - se di destra o di sinistra.




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26 ottobre 2006

sinistra DS

Sinistra Ds: la nostra posizione

Gianni Zagato*,  25 ottobre 2006

Il Punto    



Ora che il Congresso dei Ds è deciso per la primavera prossima - come avevamo chiesto fin dall'inizio della discussione sul Partito democratico - è giunto il momento di mettere ognuno sul tavolo le carte politiche che intende giocare. La partita è impegnativa per tutti, seria, non consente pretattica. In palio c'è qualcosa che riguarda presente e futuro della sinistra italiana, la carta politica che essa può e deve giocare in Europa e per l'Europa.
Cosa è se non ancora pretattica quella di ieri l'altro con l'ospite Rasmussen che incontra Fassino, Prodi, Rutelli per dare soluzione al rebus della collocazione internazionale del nuovo soggetto. Verso mezzogiorno il rebus è quasi risolto, come ci informa un comunicato dei Ds, verso sera il rebus è più rebus di prima, come ci informa Rutelli con toni ultimativi.

E' mai possibile che su uno dei pilastri su cui dovrà reggere il nuovo soggetto, l'appartenenza europea, si continui nel balletto degli equivoci, dei cerini accesi passati di mano, e non si veda che qui vi è qualcosa che prima di rappresentare un equivoco per il partito unico di domani, può costituire una rottura tra i due partiti che fin qui ci sono, Ds e Margherita, rischiando di spostare sul governo l'instabilità? Come si fa a non intravedere questo rischio? Perchè non prendere finalmente atto che questo problema europeo non soltanto è stato male impostato - qui e a Bruxelles - ma è una questione irrisolvibile. Si può escogitare qualche bizantinismo latino e tentare poi di esportarlo in Europa, facendo leva su un ampio ventaglio linguistico, ma resta la sostanza di una inconciliabilità oggettiva. Quella di due partiti italiani, uno proveniente dalla tradizione socialista e l'altro da quella popolare europea, che per fondersi qui in unico partito sono costretti l'uno a tentare di essere egemone sull' altro, quando si tratta di stare in Europa.

Ben vengano allora - e presto - il Congresso dei Ds e quello della Margherita. Se sono poi contestuali, come vuole Prodi, entrambi in primavera, contestuali dovranno essere le piattaforme politiche e chiaro, in equivoco il capitolo Europa: dove, con chi.

Andremo al Congresso non solo contrastando lo scioglimento dei Ds, premessa alla formazione del partito unico, ma presentando una nostra proposta politica, alternativa rispetto a quella della fusione Ds-Margherita. Vogliamo che gli iscritti Ds - in un Congresso trasparente e occidentale nelle regole, a cominciare dalla certezza del tesseramento e dal voto segreto - abbiano la possibilità di scegliere, esprimersi, decidere tra due proposte differenti. Da una parte, il partito unico che rinchiude definitivamente L'Ulivo dentro la polarità Ds-Margherita; dall'altra la proposta che continui ad esistere, in una coalizione ampia larga e forte di governo, una sinistra italiana autonoma, laica, radicata nel mondo dei lavori, ancorata al socialismo europeo, innervata dalle culture critiche del pensiero politico contemporaneo, a partire da quello ecologista e ambientale.

Sabato 11 novembre a Roma, in una grande manifestazione nazionale, ci rivolgeremo prima di tutto agli iscritti ed elettori dei Ds, per avviare con loro questo cammino. Non sarà una manifestazione solo del "Correntone". E' tempo di aprirci all'ascolto, al dialogo, al confronto e all'incontro con tutti quelli che avvertono, come noi avvertiamo,  essere giunto il momento non di "salvare" la sinistra del passato, ma di ragionare e costruire insieme la sinistra italiana di domani. Vogliamo farlo mettendo da parte i soliti discorsi sui partiti-contenitori, sui cartelli elettorali, sui posizionamenti tattici. Vogliamo farlo muovendo invece dai contenuti e cioè da un progetto che parli del mondo e di come la politica - la sinistra - può interpretarlo e scommettere di cambiarlo. Non ci sottrarremo in nessun modo alla battaglia congressuale che attende i Ds. A regole chiare, occidentali, parteciperemo al Congresso in modo chiaro e occidentale. Il che vuol dire con una proposta politica e insieme un candidato chiamato a interpretarla. Le nostre carte - come si vede senza nessuna pretattica - sono inequivoche.

*Coordinatore organizzativo Sinistra Ds




permalink | inviato da il 26/10/2006 alle 17:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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