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26 ottobre 2006


Gli asini del tre più due

Marina Montacutelli,  24 ottobre 2006

Dibattito     Un'indagine dell'Istat rivela un clamoroso - e non del tutto inatteso - fallimento della riforma universitaria che separa la carriera degli studenti in due tappe distinte. Primo motivo, la carenza degli iscritti che sono diminuiti di ben 16 mila unità



Qualcuno l'aveva detto, che tre più due genera asini. Che si voleva ridurre l'università a un discount. Che questo avrebbe cagionato, e non certo nel lungo periodo, perversi effetti collaterali: l'estendersi di logiche utilitaristiche, la subordinazione della qualità senza avere in cambio neanche la quantità, l'affannarsi necessario - stante il titolo aereo, breve ma anche magistrale - nella babele dei privatissimi e costosissimi master. Che la pretesa funzionalità al mondo produttivo scantonava verso un sapere minimo, imbalsamato, debole e contraddittorio, inutile e inutilizzabile anche per le imprese. Che la riforma escogitata dagli allora ministri L. Berlinguer e O. Zecchino - e mantenuta nel suo impianto di sostanziale giro d'affari dal governo successivo - esprimeva solo, in un falso miscuglio di liberalismo e "democraticismo", una profonda ignoranza e una crassa, scimmiottante subordinazione culturale: americani, senza esser l'America. Che invece del "tecnicizzante" e "professionalizzante" avviamento al lavoro - riservato a chi in America non può andare - bisognava pensare ad un percorso educativo indirizzato non al "come" ma al "perché" delle cose e dei processi.

Ora - dopo Alma Laurea, che nessuno ha voluto leggere - ce lo dice anche l'ISTAT. Conti alla mano, la riforma sta fallendo per mancanza di avventori: nell'anno accademico 2005-2006 si sono iscritti 16 mila studenti in meno. Probabilmente, il 20 per cento di loro abbandonerà prima del secondo anno; non sappiamo ancora quanti arriveranno alla laurea, essendo sovrastimati finora i dati dagli araldi del 3+2. Guardando figli e nipoti abbiamo qualche idea, invece, della qualità del pezzo di carta come attesta, infatti, l'Istat: i giovani dichiarano anche (62,4%, e sono davvero più saggi di noi) che il nuovo sistema ha peggiorato la qualità culturale complessiva.
Il parco-clienti, dunque, si assottiglia; le università, nella loro rispettabilissima autonomia, rischiano il fallimento; i docenti - unici colpevoli, ché il cerino in mano a qualcuno bisogna lasciarlo - non sono in pericolo solo perché diminuiscono anche loro: nella nuova finanziaria il turn over sarà assicurato, al solito, dal solito precariato. Che, per la verità, l'America non la vorrebbe: avrebbe bisogno di maggiori risorse, di libertà intellettuale, di diritti sociali e lavorativi; vorrebbe poter scegliere la propria vita senza la spada di damocle della - continua - temporalità. Vorrebbe una cosa chiamata "dignità", come persona e come lavoratore.

E allora, tra le tante, una domanda postami da un acuto e intelligente osservatore: invece di vaneggiare e vaniloquiare di diritto al successo formativo [sic] senza che nessuno mandi gli autori di queste evanescenze a pelar patate, c'è qualcuno che ha invece una sia pur vaga idea - e poi sia capace - di una politica della formazione (dalle elementari all'università) che non sia qualunquismo demagogico? C'è ancora qualcuno che ha voglia di combattere per la cultura, il sapere, la ricerca pensando - anche, peraltro - alla loro funzione civile? C'è qualche uditore, qualche interlocutore di questi valori universali, di questi fondamenti della civiltà? In questi anni ci siamo sentiti grilli parlanti o rane gracidanti nel fango che eravamo costretti a propinare, insieme a un sapere trasmesso in dosi omeopatiche; siamo stati e siamo offesi da questo trionfante, inarrestabile taylorismo.

Come ha notato qualcuno, e senza aver bisogno dei dati Istat: l'università è lo specchio della società; nel nostro caso, di un Paese diventato oligarchico e avviato al declino: dunque, se il destino di un giovane è quello di finire in un call center non occorrono tanti investimenti. Ma quel che è certo - dice un precario - è che nessuno potrà trarre vantaggio da corsi di laurea à la page concepiti, ogni tre anni, per tenere a bada tardoadolescenti familisti in mano a una casta che si vuol screditare e rendere cinica venditrice di crediti, non importa - tutto sommato - se di destra o di sinistra.




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26 ottobre 2006

sinistra DS

Sinistra Ds: la nostra posizione

Gianni Zagato*,  25 ottobre 2006

Il Punto    



Ora che il Congresso dei Ds è deciso per la primavera prossima - come avevamo chiesto fin dall'inizio della discussione sul Partito democratico - è giunto il momento di mettere ognuno sul tavolo le carte politiche che intende giocare. La partita è impegnativa per tutti, seria, non consente pretattica. In palio c'è qualcosa che riguarda presente e futuro della sinistra italiana, la carta politica che essa può e deve giocare in Europa e per l'Europa.
Cosa è se non ancora pretattica quella di ieri l'altro con l'ospite Rasmussen che incontra Fassino, Prodi, Rutelli per dare soluzione al rebus della collocazione internazionale del nuovo soggetto. Verso mezzogiorno il rebus è quasi risolto, come ci informa un comunicato dei Ds, verso sera il rebus è più rebus di prima, come ci informa Rutelli con toni ultimativi.

E' mai possibile che su uno dei pilastri su cui dovrà reggere il nuovo soggetto, l'appartenenza europea, si continui nel balletto degli equivoci, dei cerini accesi passati di mano, e non si veda che qui vi è qualcosa che prima di rappresentare un equivoco per il partito unico di domani, può costituire una rottura tra i due partiti che fin qui ci sono, Ds e Margherita, rischiando di spostare sul governo l'instabilità? Come si fa a non intravedere questo rischio? Perchè non prendere finalmente atto che questo problema europeo non soltanto è stato male impostato - qui e a Bruxelles - ma è una questione irrisolvibile. Si può escogitare qualche bizantinismo latino e tentare poi di esportarlo in Europa, facendo leva su un ampio ventaglio linguistico, ma resta la sostanza di una inconciliabilità oggettiva. Quella di due partiti italiani, uno proveniente dalla tradizione socialista e l'altro da quella popolare europea, che per fondersi qui in unico partito sono costretti l'uno a tentare di essere egemone sull' altro, quando si tratta di stare in Europa.

Ben vengano allora - e presto - il Congresso dei Ds e quello della Margherita. Se sono poi contestuali, come vuole Prodi, entrambi in primavera, contestuali dovranno essere le piattaforme politiche e chiaro, in equivoco il capitolo Europa: dove, con chi.

Andremo al Congresso non solo contrastando lo scioglimento dei Ds, premessa alla formazione del partito unico, ma presentando una nostra proposta politica, alternativa rispetto a quella della fusione Ds-Margherita. Vogliamo che gli iscritti Ds - in un Congresso trasparente e occidentale nelle regole, a cominciare dalla certezza del tesseramento e dal voto segreto - abbiano la possibilità di scegliere, esprimersi, decidere tra due proposte differenti. Da una parte, il partito unico che rinchiude definitivamente L'Ulivo dentro la polarità Ds-Margherita; dall'altra la proposta che continui ad esistere, in una coalizione ampia larga e forte di governo, una sinistra italiana autonoma, laica, radicata nel mondo dei lavori, ancorata al socialismo europeo, innervata dalle culture critiche del pensiero politico contemporaneo, a partire da quello ecologista e ambientale.

Sabato 11 novembre a Roma, in una grande manifestazione nazionale, ci rivolgeremo prima di tutto agli iscritti ed elettori dei Ds, per avviare con loro questo cammino. Non sarà una manifestazione solo del "Correntone". E' tempo di aprirci all'ascolto, al dialogo, al confronto e all'incontro con tutti quelli che avvertono, come noi avvertiamo,  essere giunto il momento non di "salvare" la sinistra del passato, ma di ragionare e costruire insieme la sinistra italiana di domani. Vogliamo farlo mettendo da parte i soliti discorsi sui partiti-contenitori, sui cartelli elettorali, sui posizionamenti tattici. Vogliamo farlo muovendo invece dai contenuti e cioè da un progetto che parli del mondo e di come la politica - la sinistra - può interpretarlo e scommettere di cambiarlo. Non ci sottrarremo in nessun modo alla battaglia congressuale che attende i Ds. A regole chiare, occidentali, parteciperemo al Congresso in modo chiaro e occidentale. Il che vuol dire con una proposta politica e insieme un candidato chiamato a interpretarla. Le nostre carte - come si vede senza nessuna pretattica - sono inequivoche.

*Coordinatore organizzativo Sinistra Ds




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12 ottobre 2006

da aprile on-line sul copyleft

Se scompare il copyleft

Stefano Olivieri,  11 ottobre 2006

Dallo scorso 3 ottobre non è più possibile - senza corrispondere il dovuto compenso all'editore, e le sanzioni sono decuplicate - riportare il testo di un qualsiasi articolo di un qualsiasi giornale pur citando la fonte



E' in vigore dal 3 ottobre il decreto legge 3 ottobre 2006 n. 262, recante "Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria", con cui vengono anticipate alcune delle misure previste dal disegno di legge finanziaria 2007. Fra le varie misure l'articolo 32 che così recita :

Art. 32.
Riproduzione di articoli di riviste o giornali
1. All'articolo 65 della legge 22 aprile 1941, n. 633, dopo il
comma 1, e' inserito il seguente:
«1-bis. I soggetti che realizzano, con qualsiasi mezzo, la
riproduzione totale o parziale di articoli di riviste o giornali,
devono corrispondere un compenso agli editori per le opere da cui i
suddetti articoli sono tratti. La misura di tale compenso e le
modalita' di riscossione sono determinate sulla base di accordi tra i
soggetti di cui al periodo precedente e le associazioni delle
categorie interessate. Sono escluse dalla corresponsione del compenso
le amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1 del decreto
legislativo 30 marzo 2001, n. 165.».

Chi scrive è uno dei numerosi - tantissimi davvero - inserzionisti sul web che malgrado pubblichino ormai da diversi anni i loro articoli su questa o quella testata, non hanno mai ricevuto un euro di compenso, e spesso non lo hanno nemmeno richiesto. Pura passione politica, forse anche un pizzico di civetteria e di esibizionismo, resta il fatto che senza questo imponente esercito di giornalisti a costo zero o quasi il 90 % dei portali di informazione e controinformazione non sarebbe mai nato e nemmeno cresciuto.

Fino al giorno prima del decreto il copyleft era ammesso sul web con la sola restrizione di citare rigorosamente la fonte editoriale e l'autore del pezzo. E' il motivo per cui i miei stessi articoli, dopo qualche giorno che vengono pubblicati su Aprileonline, compaiono anche altrove. E' una cosa che fa piacere, ma a parte la soddisfazione dell'ego personale si realizza in quel modo qualcosa di molto più grande e importante per la democrazia, cioè la libera diffusione di notizie, di opinioni e quant'altro. Se il bavaglio imposto da Berlusconi sui network tv fosse passato anche nella rete, probabilmente non ci sarebbe stato nessun palavobis, non ci sarebbero stati movimenti e girotondi e staremmo ancora oggi in pieno regime.

Ma l'articolo 32 non riguarda soltanto l'aspetto appena descritto. Dal 3 ottobre non è più possibile - senza corrispondere il dovuto compenso all'editore, e le sanzioni sono decuplicate - riportare il testo di un qualsiasi articolo di un qualsiasi giornale pur citando la fonte. Non sarà possibile nemmeno discutere nei forum, proprio un bel problema.

La reazione del web libero per ora è abbastanza blanda. Per ora si registra soltanto una iniziativa di Peacelink, ma la notizia del resto è immersa in un decreto che si occupa d'altro, e l'attenzione politica generale è rivolta al Partito democratico, al TFR, alla Corea etc. etc. Ma io credo sia necessario far salire nella agenda delle emergenze l'immediato approfondimento di questo problema che potrebbe segnare il futuro della libera informazione sul web, a cominciare dalle rassegne stampa.

E' tempo insomma che si apra un dibattito serio, che non riguarda soltanto le penne dorate della stampa nazionale ma il mondo dell'informazione nel suo complesso. Se scompare il copyleft anche il dibattito - apertissimo - su dove si vuole che vada la sinistra italiana potrebbe subire un arresto mortale. Facciamoci sentire.




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11 ottobre 2006

APRILE SI RINNOVA

Il mensile si rinnova

Massimo Serafini,  02 ottobre 2006

Questo mese su Aprile, il mensile    

Nuovo volto e nuova direzione. Per rilanciare la sfida a sinistra, per far crescere nel paese l'esigenza di una risposta forte al partito democratico e al suo disegno moderato



Cercherò di fare di Aprile, in larga continuità con il lavoro del precedente direttore, Aldo Garzia, uno strumento utile, alla sinistra e ai movimenti, per affrontare, possibilmente risolvere, il nodo politico più rilevante, di questo paese: la mancanza di un adeguato soggetto politico, in grado di coprire il vuoto di rappresentanza che aprirà a sinistra, la nascita del partito democratico.

Non è  modesto lo schieramento di forze che si oppone al disegno moderato, che è alla base del partito democratico. Diffusa è la convinzione che  sia un progetto illusorio e perdente, non in grado di fronteggiare e governare i drammatici problemi della società italiana, per non parlare di quelli che  stanno sconvolgendo il mondo, come le guerra, i terrorismi e le crescenti povertà. Si continua invece a procedere in ordine sparso e non  si vede nemmeno partire un ricompattamento, teso a costruire un impegno comune che faccia pesare di più la sinistra sulle scelte del governo. Sarebbe infatti auspicabile che, il necessario contributo della sinistra alla durata e stabilità del governo, fosse il frutto di una lotta politica, in grado di attenuare il condizionamento moderato sullo schieramento di centro sinistra.

Ma soprattutto Aprile cercherà di far crescere nel paese l'esigenza  di una risposta forte ed unitaria, al partito democratico e al suo disegno moderato, facendo partire una riflessione comune sulle barriere che ostacolano la nascita di una grande forza di sinistra, capace di raccogliere  il bisogno, diffuso nel paese, di un'alternativa di società. Non servono scorciatoie organizzativistiche. Sarebbero inefficacie le sconsigliano le esperienze fin qui tentate di unità a sinistra: da quella più significativa e di più lunga durata proposta dalla Rivista del Manifesto, a quelle più recenti della camera di consultazione o del cantiere delle riviste.

Tentativi importanti, che hanno suscitato grandi entusiasmi e aspettative nel popolo della sinistra, a cui, dopo il loro esito negativo, sono inevitabilmente seguite delusione e rassegnazione. Insuccessi dovuti solo a ragioni tattiche o a rivalità personali o a settarismi? La causa è più profonda e forse è dovuta a una carenza di fondamenti culturali e politici necessari per dar vita ad una nuova grande sinistra. Aprile vuole dunque essere un ulteriore luogo aperto, di discussione e di ricerca,  nel quale far crescere una nuova soggettività politica della sinistra, che potrà svilupparsi solo misurandosi con i problemi epocali che sta vivendo il pianeta .

(Il testo integrale sul numero di settembre di Aprile in mensile)




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11 ottobre 2006

OGM

Ogm: rischio contaminazione del mais, denunciata la Monsanto

 Enorme No tracciato da Greenpeace a Jocotitlan (Messico) per protestare contro la Monsanto - da Greenpeace
Enorme No tracciato da Greenpeace a Jocotitlan (Messico) per protestare contro la Monsanto - da Greenpeace
Strani cerchi e lettere gigantesche sono comparsi in alcuni campi di mais in Spagna, Messico e nelle Filippine. Ma dietro questi simboli non ci sono misteri, né presenze aliene o messaggi in codice. Il messaggio è chiaro e proviene da Greenpeace: "No alla contaminazione degli Ogm". A Zuera, in Spagna, gli attivisti hanno tracciato un grande cerchio in una zona fortemente minacciata dalla prossimità di un campo sperimentale. A Isabela, nelle Filippine hanno disegnato una M barrata per segnalare una zona vietata alla Monsanto. A Jocotitlan, in Messico, un enorme "No" è il segno della protesta contro il colosso del biotech. A fianco degli attivisti protestano anche i contadini locali contro la campagna di sensibilizzazione della Monsanto a favore del mais Ogm e al suo tentativo di introdurre sementi geneticamente modificate che potrebbero contaminare le varietà di mais tradizionali.

"I numerosi casi di contaminazione dimostrano che le industrie del biotech non sono in grado di controllare la diffusione degli organismi geneticamente modificati. Le colture transgeniche rappresentano una grave minaccia per gli agricoltori poiché, oltre alla perdita della biodiversità, rischiano di concentrare le risorse alimentari mondiali nelle mani di poche multinazionali" - nota il comunicato di Greenpeace. "Già la contaminazione da riso geneticamente modificato ha provocato disastri ai contadini cinesi e americani, generando allarme nei mercati europei. Le autorità competenti non possono permettere che si ripeta la stessa cosa con il mais. Riso e mais sono due alimenti base ed è per questo fondamentale fermare la loro contaminazione. Una volta che gli Ogm entrano nella catena alimentare, diventa difficile e costoso eliminarli: occorre quindi prevenire la contaminazione a monte.

Poche settimane fa Greenpeace ha chiesto di sospendere le importazioni di riso dagli Usa e dalla Cina a tutela dei cittadini europei che rischiano di mangiare varietà illegali e non ancora testate di prodotti Ogm come il riso cinese che contiene la proteina Cry1Ac e quello della Bayer LL601. In una lettera a Greenpeace la Ebro Puleva, maggiore azienda risicola al mondo, ha dichiarato di aver bloccato tutte le importazioni di riso dagli Stati Uniti e dalla Cina a causa della contaminazione. "La decisione della Ebro Puleva dimostra quanto sia reale e oneroso il rischio di contaminazione. I governi dei Paesi dove si coltivano o importano Ogm non devono più esporre agricoltori, consumatori e ambiente a questi enormi rischi, intensificando i controlli e rafforzando le normative"- conclude Greenpeace.

Nei mesi scorsi la Monsanto ha lanciato una pressante campagna per l'introduzione di mais Ogm in Europa - denuncia l'associazione Friends of the Earth. Alcuni giorni fa la multinazionale americana è stata denunciata negli Stati Uniti dalla Public Patent Foundation ("PUBPAT") all'Ufficio dei marchi Usa con la richiesta di revocare le patenti inerenti mais Ogm che la multinazionale userebbe "per vessare, intimidire e in alcuni casi ridurre alla bancarotta gli agricoltori statunitensi".




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11 ottobre 2006

GENERAZIONE DELLA SETE

terraterra
Guerre per l'acqua, un orizzonte vicino

Marina Zenobio

Se il secolo passato si è caratterizzato per la guerra del petrolio, quello attuale con molta probabilità si concentrerà sulla guerra per l'acqua. Ormai sono in molti a lanciare l'allarme: la crisi globale dell'acqua entro pochi anni potrebbe diventare una tragica realtà. Ne è certo anche il ricercatore russo Victor Danilov Danilian, direttore a Mosca dell'Istituto nazionale per i problemi dell'acqua, secondo i cui grafici la linea del consumo idrico, a livello mondiale, si sta sempre più elevando mentre quella delle risorse accessibili diminuisce a vista d'occhio, con la conseguenza che queste due linee dovrebbero incrociarsi più o meno intorno al 2025. Non abbiamo molto tempo e, in realtà, la crisi delle risorse idriche è già in atto perché quello che viene definito «oro blu» comincia a scarseggiare. Testimonianza ne sono i numerosi conflitti, già in atto, che non coinvolgono più solo regioni o province, ma intere nazioni. In Africa, per esempio, le acque del Nilo Bianco che nasce in Burundi e del Nilo Azzurro, che nasce in Etiopia, da anni sono motivo di tensione tra Egitto, Etiopia e Sudan. Altri scenari di conflitto possono riguardare l'Uganda, il Kenya, la Tanzania, il Ruanda o la Repubblica del Congo, tutti paesi attraversati dal Nilo. In Medio Oriente persiste l'interesse di Israele sulle acque del fiume Giordano e dei pozzi sotterranei della Cisgiordania, dalle quale il paese dipende per il mantenimento della sua agricoltura industriale. Altre tensioni «a bassa intensità» per l'utilizzo dell'acqua riguardano anche il Kazakistan, il Kirghizistan e l'Uzbekistan, stati costieri del Syr Daya, il fiume che conclude il suo percorso nell'ormai prosciugato mare di Aral; eppoi ci sono Cina, Vietnam, Cambogia, Laos e Thailandia che condividono il fiume Mekong. La corsa all'accaparramento delle risorse idriche è senza esclusioni di colpi. I servizi di acqua potabile in molti paesi dell'Ameria latina, per fare un altro esempio, sono privatizzati e per la maggior parte sotto controllo di corporazioni che da anni hanno capito che l'acqua rappresenterà a breve la risorsa principale per aumentare i profitti, e per certi politici il potere. E' vero anche che molti movimenti sociali di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile e Uruguay stanno rendendo la vita difficile a multinazionali come la francese SuezLyonnaise des eaux, ma ammesso che quelle popolazioni e i rispettivi governi riprendano il controllo delle risorse idriche potabili, il problema della crisi globale dell'acqua bussa comunque alle porte del nostro pianeta. Una crisi, secondo Victor Danilov Danilian, che porterà inevitabilmente a una riorganizzazione economica mondiale, un po' come accaduto quando il petrolio si è trasformato in uno dei motori dell'economia globale. Con un'unica differenza: il petrolio in qualche modo si può rimpiazzare, mentre l'acqua è insostituibile. Secondo il ricercatore russo, pur sperimentando diverse opzioni per trovare una soluzioni al problema - come la distribuzione dell'acqua attraverso la costruzione di canali, che però renderebbero aride le terre da dove viene deviata; oppure rendere potabile l'acqua salata, ma è troppo dispendioso - sarebbe meglio che l'umanità assimili l'opzione su cui insistono gli ambientalisti e che consiste in uno sfruttamento più razionale dell'acqua. Se non per evitare, almeno per ritardare la catastrofe e guadagnare tempo per pensare a soluzioni più radicali. Troppe persone che vivono nei paesi ricchi non hanno ancora consapevolezza di questo e consumano molta più acqua di quanto sia necessario, mentre nei paesi più poveri, prima che di fame si muore di sete. La maggior parte dei fiumi sono contaminati e l'acqua non più potabile, anche a causa dell'utilizzo sfrenato di pesticidi in agricoltura che pregiudicano le risorse idriche; i ghiacciai si stanno sciogliendo per l'effetto serra e solo «misure concrete, che individuino chiaramente cosa fare, chi dovrebbe agire e quando, possono venirci in aiuto», come dichiarato da Anders Berntell, direttore dello Stockholm International Water Institute , durante la XVI Conferenza internazionale sulla gestione dell'acqua, tenutasi a fine agosto nella capitale svedese. A meno di modifiche drastiche nella gestione e nelle politiche dei governi a livello mondiale, la crisi globale dell'acqua sarà inevitabile e coinvolgerà le prossime generazioni a cui lasceremo in eredità un pianeta tormentato dalla sete.




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11 ottobre 2006

OGM

NICARAGUA, ALLARME OGM

Problemi digestivi, diarrea, vomito e allergie. Scoperta nuovamente la massiccia presenza di materiale transgenico negli alimenti distribuiti a bambini, bambine e donne incinte dal Programma alimentare mondiale


La sezione nicaraguense della Alleanza Centroamericana di Protezione alla Biodiversità¹, conformata da nove organizzazioni che operano in diversi campi relazionati con l'ambiente, i diritti umani, la produzione agricola sostenibile, la sanità e la difesa dei consumatori e dei lavoratori dell'alimentazione, insieme a rappresentanti dei Governi Municipali delle città di Jinotega e Siuna, hanno denunciato la massiccia presenza di Organismi Transgenicinegli alimenti distribuiti a bambini, bambine e donne incinta, dal Programma Alimentare Mondiale(PAM) e dal "Project Concern International", con il presunto obiettivo di intervenire sulle fasce più vulnerabili del paese.  
  
In un comunicato stampa consegnato ai mezzi di comunicazione presenti all'evento, la Alianza ha dichiarato che "Considerando il grave problema che rappresenta la presenza di Organismi Geneticamente Modificati (OGM) negli aiuti alimentari, dal 29 dicembre 1993 è entrato in vigore l'Accordo sulla Diversità Biologica, il quale è stato la base per ulteriori accordi ed impegni internazionali come il Protocollo di Cartagena sulla Sicurezza e la Biotecnologia.
Tale accordo è stato firmato con l'obiettivo di proteggere le risorse genetiche e l'umanità dai rischi provenienti dagli organismi derivati dalla biotecnologia.
I rappresentanti dei comuni di Jinotega e Siuna ed i membridell'Alleanza di Protezione alla Biodiversità - Nicaragua - hanno deciso di denunciare questi organismi, poiché la problematica costituisce una violazione del nostro sistema giuridico nazionale.
Inoltre, non hanno dato alcuna risposta alle raccomandazioni fatte dal Parlamento Centroamericano e dal Consiglio Centroamericano dei Procuratori dei Diritti Umani, dato che hanno continuato a distribuire alimenti con OGM".  
  
Secondo la Dott.ssa María Centeno, funzionaria del Comune di Jinotega "ci siamo riuniti con il Comitato di Sviluppo Municipale e con i maestri che lavorano in varie comunità. Da alcuni anni si è constatata la presenza di transgenici nei prodotti alimentari che vengono dati ai bambini in età scolare ed alle donne incinta. Quest'anno, come funzionaria del Comune di Jinotega, sul quale ricade ufficialmente la gestione ambientale, dentro la quale si trova la protezione alla biodiversità, con l'aiuto del Centro Humboldt abbiamo prelevato un campione dei cereali, mais giallo e soia che vengono donati dal PAM ed abbiamo scoperto un'alta percentuale di transgenici e questo ha destato una grande preoccupazione per la sicurezza alimentaria dell'infanzia di Jinotega.    
Consideriamo che l'aiuto che viene dato dal PAM sia molto importante, ma dopo questa scoperta, stiamo chiedendo a questo organismo di sostituire gli alimenti contaminati con transgenici con mais criollo e con cacao acquistati da produttori locali, per poter fare così la nostra bevanda nazionale che è il pinolillo.  
Non è possibile - ha continuato Centeno - che con gli aiuti alimentari venga favorito il commercio a multinazionali che monopolizzano le sementi, gli strumenti ed anche le medicine che servono per contrastare gli effetti dei transgenici.  
Non possiamo mettere a rischio la salute della popolazione e soprattutto, quella dei bambini e delle donne incinte.  
Oggi siamo venuti qui per mostrare i risultati delle analisi che sono state fatte presso il GENETIC-ID dell'Iowa, un laboratorio riconosciuto a livello internazionale e dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti, come un'autorità in analisi genetiche.
E' stato prelevato un campione in varie scuole della zona di Jinotega ed in tutte è risultato il 100 per cento di presenza di transgenici.  
Chiediamo il rispetto degli Accordi internazionali firmati dal Governo del Nicaragua e anche che si approvino al più presto la Legge per la Prevenzione dei Rischi derivanti dagli Organismi Geneticamente Modificati e la Legge sulla Diversità Biologica, che sono state insabbiate in Parlamento".  
  
Il Vice Sindaco di Siuna, nella zona mineraria del Nicaragua, Dott. Evaristo Luna, ha denunciato la presenza di transgenici anche nei programmi di aiuti alimentari del PAM all'interno del suo Comune.  
"A partire dal 2004, il PAM si è presentato nel nostro Comune per sostenere alcuni programmi educativi attraverso la donazione di alimenti per gli studenti.
Con il passare del tempo ci siamo resi conto che molti bambini cominciavano a soffrire di problemi digestivi, diarrea, vomito ed alcune forme di allergia.
Ci siamo messi in contatto con il Centro Humboldt, per vedere se era possibile svolgere un'indagine sulla composizione di questi alimenti che stavamo dando agli studenti.
Dopo le analisi abbiamo scoperto che effettivamente esisteva una forte presenza di transgenici.
Esiste una forte preoccupazione per quello che sta accadendo ed anche noi stiamo chiedendo al PAM la sostituzione di questi alimenti con alimenti tipici locali acquistati da produttori del posto.
Per il momento non abbiamo avuto nessuna risposta".  
  
"È importante chiarire - ha aggiunto Alina Lago, docente di una scuola di Siuna dove si sono distribuiti gli aiuti alimentari del PAM - che non stiamo rifiutando questi aiuti, perché riconosciamo che nel nostro municipio esistono livelli molto alti di povertà e che l'aiuto alimentare ha effettivamente portato a un miglioramento del rendimento accademico dei bambini e bambine.
Quello che chiediamo è che si sostituisca questo alimento con prodotti locali.
Perché portare mais dall'estero e non comprarlo nel nostro municipio?"
  
L'Alleanza di Protezione alla Biodiversità- Nicaragua- ha presentato un proclama in cui afferma che "a partire dalla denuncia pubblica realizzata nell'anno 2004 sulla presenza di Transgenici, ci siamo impegnati a realizzare azioni sistematiche di informazione, indagini, studi e proposte che puntassero a migliorare le politiche e gli aspetti normativi sugli Organismi  Geneticamente Modificati (OGM).  
Di fronte a questo impegno a favore della vita umana e della biodiversità, nel 2005 l'Alleanza Centroamericana di Protezione alla Biodiversità ha elaborato e svolto una strategia di Indagine di Campo sulla presenza di OGM a livello centroamericano e per il Nicaragua è stata la sua seconda esperienza e periodo di indagine (...). È importante segnalare che l'indagine è stata concentrata sull'analisi degli aiuti alimentari e sui prodotti già trasformati.  
Durante il 2005 e il 2006, si è realizzata un'indagine in Nicaragua, selezionando i territori di Siuna e Jinotega (Aiuti alimentari) - Matagalpa, Sébaco, Managua e León (Prodotti commerciali già trasformati), basata su criteri come: luoghi in cui non era ancora stata svolta un'indagine specifica, alto indice di vulnerabilità della sicurezza alimentare, presenza di Programmi di Aiuto Alimentare, punto di distribuzione strategico dei prodotti su cui indagare, interesse sull'indagine da parte delle Autorità Municipali.
Per la selezione del campione, l'indagine è stata orientata solamente su farine di mais e non su sementi o grani, in quanto non esistevano le condizioni per i Test sul campo ed i mezzi di trasporto necessari.
Nel caso degli Aiuti Alimentari sono stati selezionati i cereali a base di mais, soia e cereali misti.
Nel caso dei prodotti già trasformati con fini commerciali, si sono selezionate le farine di mais di maggior consumo nel paese. I campioni sono stati inviati al laboratorio GENETIC-ID.
  
Risultati dell'Indagine

Negli Aiuti Alimentari
A Jinotegasi è indagato sui canali ed i periodi di distribuzione e sul contenuto dell'aiuto alimentare, identificando in questo processo il Programma di Alimenti chiamato "Alimenti per l'Istruzione", il quale realizza una distribuzione media negli Istituti scolastici di 950 Kg, per un totale di 60 giorni.
Questo aiuto alimentare viene dato come "Alimenti Donati dalla Popolazione e dal Governo degli Stati Uniti" ed è consegnato per mezzo del Progetto "Project CONCERN International PCI Nicaragua", e distribuito per mezzo delle delegazioni territoriali del Ministero dell'Istruzione.  
A Siuna si è privilegiata la scelta del campione tra gli Aiuti Alimentari del Programma Alimentare Mondiale (PAM), poiché è l'addetto alla distribuzione regionale nella Regione Autonoma dell'Atlantico Nord del Nicaragua.  
Come nel 2005, quando il 100 per cento degli Aiuti Alimentari prelevati hanno rilevato presenza del Gene di mais Bt Mon GA21, anche nel 2006 i risultati hanno riportato il 100 per cento di presenza di OGM nei campioni raccolti, dei quali il 87 per cento apparteneva a comunità del Dipartimento di Jinotega ed il 13 per cento al Dipartimento di Siuna.  
  
Nei Prodotti trasformati Si sono svolte indagini su Gruma Centroamérica e si è scoperto che LLC-GRUMA è una filiale produttrice di farina di mais con base in Costa Rica, 100 per cento proprietà di GRUMA, ed è presente in Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua, producendo farina di mais venduta successivamente con il marchio MASECA.  
A Matagalpa, Jinotega, Sébaco, Managua e León si sono svolte le indagini nei principali centri di distribuzione dei prodotti MASECA e SABEMAS, le quali sono farine di mais con un alto indice di domanda da parte dei consumatori.
In tutte le città i risultati hanno rivelato la presenza di transgenici nel 100 per cento dei prodotti analizzati.  
  
Considerando i risultati, dove si è constatata la presenza di OGM, sia negli Aiuti alimentari come nei prodotti trasformati, l'Alleanza di Protezione alla Biodiversità fa sapere:  

1) Che il Programma Alimentare Mondiale(PAM) contro le risoluzione del Parlamento Centroamericano e del Consiglio Centroamericano dei Procuratori dei Diritti Umani,continua a distribuire alimenti con OGM che ledono la salute, la sicurezza e la sovranità alimentare dei settori vulnerabili;  

2) Denuncia che il Governo degli Stati Uniti distribuisce per mezzo del "Programmed U.S. Food Aid" ed il Project Concern International,aiuti alimentari contaminati con OGM, con la scusa delle necessità urgenti dei settori più vulnerabili a livello mondiale;  

3) La modalità di introduzione di questi prodotti si realizza senza nessun tipo di controllo;  

4) Denuncia che le imprese di produzione e distribuzione di farina di mais, COMAL, MASECA e SABEMAS, stanno distribuendo alimenti contaminati con OGM, destinati al consumo umano diretto, negando il diritto di scelta ai consumatori.
  
Per questa situazione, l'Alleanza chiede al Governo del Nicaragua ed ai settori politici:  
  
- L'applicazione delle Risoluzioni del Parlamento Centroamericano e del Consiglio Centroamericano dei Procuratori dei Diritti Umani.  
- L'approvazione urgente della "Legge per la Prevenzione dei Rischi derivanti dagli Organismi Geneticamente Modificati" e della "Legge sulla Diversità Biologica", come parte di un insieme di norme di controllo in materia di OGM.  
- Che i candidati presidenziali incorporino nei loro programmi di Governo la Protezione alla Diversità Biologica e la creazione di zone libere da coltivazioni di OGM.  
- Che nell'ambito del Protocollo di Cartagena, il Governo del Nicaragua, di fronte all'assenza di un adeguato Quadro Regolatorio Nazionale, notifichi per mezzo del "Centro di Informazione sulla Sicurezza della Biotecnologia" che le importazioni destinate all'uso alimentare umano, debbano sollecitare il previo consenso e che il Governo si riservi l'applicazione del Principio di Precauzione".  
  
L'Alleanza ha anche deciso di sviluppare un lavoro di affiancamento ai Governi municipali per l'elaborazione da un'ordinanza municipale relativa agli OGM nei loro territori, la presentazione dei risultati dell'indagine ai docenti e ai governi municipali in cui l'indagine è stata realizzata, alle organizzazioni che operano nel settore dei consumatori, delle cooperative produttrici di alimenti e della sicurezza e sovranità alimentare.  
Inoltre, continuerà a effettuare indagini ed a denunciare gli effetti degli OGM sulla salute pubblica e sull'ambiente a livello nazionale e regionale.  


¹Centro Humboldt, Centro Nicaraguense de Derechos Humanos (CENIDH), Centro de Información y Servicio de Asesoría en Salud (CISAS), Federación Nacional de Cooperativas Agropecuarias (FENACOOP), Liga de Defensa del Consumidor de Nicaragua (LIDECONIC), Programa Campesino a Campesino, Servicio de Información Mesoamericana sobre Agricultura Sostenible (SIMAS), Unión Nacional de Productores Asociados (UNAPA), Unión Internacional de Trabajadores de la Alimentación (UITA)

Testo di Giorgio Trucchi - Ass. Italia-Nicaragua
gtrucchi@itanica.org




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11 ottobre 2006

Vandana Shiva

In marcia sulle vie ribelli alla razzia dei saperi. Intervista a Vandana Shiva
di Tommaso Rondinella e Duccio Zola, tratta da “il manifesto”, 29 settembre 2006
Quando inizia a parlare Vandana Shiva le sue parole hanno il tono pacato dell'argomentazione. Ma quando arriva al cuore della sua riflessione, il timbro di voce diventa più imperioso, come chi è talmente sicura di ciò che sta sostenendo che deve dirlo con forza e foga. Laureata in fisica quantistica e in economia, ricercatrice per molti anni, Vandana Shiva fa parte di quegli “scienziati dai piedi scalzi” che a un certo della loro vita hanno lasciato i laboratori per verificare gli “effetti collaterali”, cioè le conseguenze delle loro ricerche e scoperte. Per questa indiana nata in uno stato nel nord dell'india, il punto di svolta è stato quando si è imbattuta in un progetto della Banca mondiale che aveva distrutto l'economia locale di una regione indiana.
Da allora, infatti, ha abbandonato la ricerca scientifica per dare vita nel 1982, assieme ad altri ricercatori, al “Centro per la Scienza, Tecnologia e Politica delle Risorse Naturali”. Il primo risultato della sua nuova attività di sudiosa è condensato dal libro Sopravvivere allo sviluppo . Da allora ha pubblicato molti saggi, tutti estremamenti critici verso la “globalizzazione neoliberista”, di cui vanno ricordati Biodiversità, biotecnologie e agricoltura scientifica, Biopirateria. Il saccheggio della natura e saperi locali, Vacche sacre e mucche pazze, Il mondo sotto brevetto e Le guerre dell'acqua (Feltrinelli).
In Italia per un ciclo di conferenze - è stata ospite del forum della campagna “Sbilanciamoci” e ha partecipato alla rassegna Torino Spiritualità - abbiamo incontrato Vandana Shiva e con lei abbiamo parlato del suo ultimo libro Il bene comune della Terra.

Nel tuo libro descrivi la relazione tra questo modello di globalizzazione economica e il diffondersi di terrorismi e fondamentalismi. Puoi illustrarci questo legame?
Ciò che cerco di evidenziare sono i percorsi che generano una cultura di “sfruttabilità”, basata sul poter disporre di tutto e tutti perché a ogni cosa e a ognuno è assegnato un prezzo. Questa condizione, economica e culturale allo stesso tempo, cambia il modo in cui pensiamo l'uno all'altro e in cui ci mettiamo reciprocamente in relazione, ed è all'origine di innumerevoli conflitti. Essa favorisce l'affermazione di “identità in negativo”, basate su un atteggiamento escludente, che rifiuta l'altro.
Questo modello di sviluppo che nega diritti, marginalizza ed espropria è alla radice di fondamentalismo e terrorismo. Innesca una processo che non è insito in nessuna cultura, ma che si alimenta quando vengono create persone “usa e getta”. Per fare un esempio, la crescita indiana che si legge sui giornali di tutto il mondo nasconde espropri di terra mai visti prima. E la terra sequestrata è quella dei piccoli contadini, dei più poveri. Le terre vengono poi acquistate a prezzi irrisori dalle grandi compagnie transnazionali, che così possono produrre a prezzi stracciati. Questo sta causando massicce migrazioni verso le città, dove le popolazioni sradicate, senza terra né lavoro, si aggiungono alle masse di disperati che affollano le periferie, causando un aumento dell'instabilità.

Da tempo sostieni la necessità di un controllo diretto sulle risorse e sui beni comuni attraverso una “localizzazione dell'economia” e una ridefinizione dei confini della democrazia. Cosa implica sul piano politico questa concezione?
Rispetto alla mia idea di democrazia, il modello neoliberista di globalizzazione non è altro che il dominio di istituzioni sovranazionali non democratiche e ostaggio di poche, potentissime multinazionali. La distanza è un fattore che isola. Ecco perché la pratica della localizzazione, del mettere al centro gli interessi e le legislazioni locali, riveste un'importanza fondamentale. La localizzazione permette di assicurare giustizia e sostenibilità. Ciò non significa che ogni decisione debba essere presa a livello locale, ma che debba essere discussa e approvata anche a livello locale: le decisioni migliori si prendono laddove il loro effetto può essere percepito più chiaramente.
E' importante sottolineare che questo principio costituisce un imperativo ecologico. Le crisi ambientali che affliggono il nostro pianeta derivano da un disconoscimento del ruolo delle risorse naturali. Per risolvere queste crisi è necessario che le comunità locali recuperino il controllo delle proprie risorse per costruire un'economia sostenibile. Riconquistare i beni comuni comporta dunque la necessità di poter esercitare un controllo sulla gestione statale delle risorse, delle decisioni e delle politiche di sviluppo economico. Ma al tempo stesso è necessario riprendere possesso delle risorse privatizzate dalle multinazionali attraverso gli accordi del Wto e i programmi di aggiustamento strutturale della Banca Mondiale e del Fondo Monetario.

Nel tuo ultimo libro denunci l'esistenza di un genocidio ai danni di donne e piccoli agricoltori...
In India mancano all'appello 36 milioni di donne a causa dell'aborto selettivo praticato sui feti femminili. Nel mondo la cifra raggiunge i sessanta milioni. Il feticidio è la diretta conseguenza dell'esclusione delle donne da un sistema produttivo basato sull'agricoltura industriale, sul consumismo, sulla mercificazione di ogni aspetto della vita umana. Questo avviene nelle regioni agricole, ma soprattutto nelle zone urbane o suburbane. A Dehli troviamo il più alto tasso di alfabetizzazione e i redditi più elevati di tutta l'India, e allo stesso tempo il maggior numero di violenze sulle donne, a partire da stupri, molestie sessuali e morti per dote. Il censimento del 2001 registra a Dehli 140 mila bambine sotto i sei anni in meno rispetto alle tendenze demografiche.
Parallelamente, lo sviluppo dell'agricoltura industriale, basata su costosissime tecnologie, sul massiccio impiego di fertilizzanti e pesticidi chimici, e sull'imposizione delle sementi geneticamente modificate, causa il fallimento dei piccoli agricoltori incapaci di sostenere i costi e la concorrenza di questi metodi. Solo nel 2004, 16.000 contadini si sono tolti la vita in India. I suicidi dei contadini poveri derivano dall'indebitamento, provocato dall'aumento dei costi di produzione e dal crollo dei prezzi dei prodotti agricoli. I suicidi sono l'esito inevitabile di una politica agricola che protegge gli interessi del capitalismo globale e ignora quelli dei piccoli agricoltori. Per questo io non parlo di suicidi, ma di genocidio.

La rete contadina Navdanya, che hai fondato e che coordini, si propone come un'alternativa per i piccoli contadini indiani minacciati dalle multinazionali del settore agroalimentare. Quali sono le vostre pratiche e i vostri obiettivi?
Navdanya significa “nove semi”, un nome che evoca la ricchezza della diversità e il dovere di difenderla di fronte all'invasione delle biotecnologie e delle monoculture dell'agricoltura industriale. Insieme ai brevetti che monopolizzano i diritti sulla proprietà intellettuale introdotti dal Wto, dalla convenzione sulla biodiversità e da altri accordi commerciali, le biotecnologie riducono la diversità delle forme di vita al ruolo di materie prime per l'industria e i profitti. I semi geneticamente modificati intrappolano i piccoli agricoltori in una gabbia di debiti e menzogne. Per questo li chiamo “semi del suicidio”. Essi sono resi sterili in modo tale che non possano riprodursi e debbano venire acquistati dai contadini ogni anno a caro prezzo. I brevetti dei semi sono di proprietà di multinazionali come la Monsanto, che in questo modo si appropriano della fonte di vita e dei diritti di due terzi dell'umanità.
Per far fronte a questa situazione Navdanya, che oggi conta quasi 300 mila agricoltori, ha creato delle economie locali alternative che controllano i processi di produzione e distribuzione degli alimenti e tutelano i produttori locali. I contadini della rete adottano coltivazioni biologiche differenziate che proteggono la fertilità dei terreni e la biodiversità, evitando l'uso di fertilizzanti chimici e pesticidi. In questo modo si migliora la produttività e l'apporto nutritivo dei raccolti, recuperando anche il 90% dei costi di produzione. Le entrate sono tre volte superiori a quelle degli agricoltori che si servono di prodotti chimici, non vengono prodotti rifiuti tossici e danni alla biodiversità. Inoltre, il sistema di commercio equo che regola la distribuzione dei prodotti ci protegge dalla insicurezza dei mercati e delle speculazioni finanziarie. Coltivazione organica e commercio equo offrono invece sicurezza sul piano delle scelte alimentari, della salute e della stabilità. In questo modo tutti - agricoltori, ambiente e consumatori - ricavano un grande beneficio.

Di fronte a una situazione così grave, riesci a indicare una possibile via d'uscita?
Cento anni fa in Sudafrica, Gandhi rifiutò la segregazione razziale, affermando il diritto di non obbedire a leggi ingiuste. La disobbedienza civile implica la scelta della nonviolenza e della non cooperazione pacifica. Credo che anche oggi questa sia la strada da seguire, a cominciare dalla resistenza alla brevettazione dei semi indiani. In India è in discussione una legge che potrebbe portare alla proibizione dell'utilizzo di sementi proprie da parte dei contadini. Sementi che da migliaia di anni vengono conservate e trasmesse - di generazione in generazione e di raccolto in raccolto - verrebbero così bandite per far posto alla commercializzazione di semi prodotti nei laboratori di multinazionali come la Monsanto, e venduti a caro prezzo. Noi sappiamo che le varietà di sementi indigene, conservate e selezionate localmente, rappresentano la nostra garanzia ecologica ed economica, perché sono in grado di adattarsi perfettamente alle condizioni climatiche e geologiche delle diverse regioni indiane. Non si possono criminalizzare centinaia di milioni di piccoli agricoltori che non sono disposti a sottomettersi al modello agricolo imposto dalle multinazionali. Per conquistare la nostra libertà economica e politica è necessario guardare ancora una volta a Gandhi, alle sue idee di autogoverno e autoproduzione locale.

Nei tuoi interventi dimostri sempre come sia possibile rimpossessarsi dei beni comuni, attraverso degli esempi concreti. Come quello della mobilitazione contro la Coca Cola in Kerala...
Un esempio che dimostra le possibilità di vittoria da parte del movimento democratico globale. La lotta ha avuto inizio nel 2000 dalle donne di Plachimada, un piccolo villaggio del Kerala sede di uno stabilimento della Coca Cola. Uno stabilimento che era arrivato a consumare un milione e mezzo di litri d'acqua al giorno e a produrre siccità in tutta l'area circostante, da sempre ricca di acqua. A questo si deve aggiungere l'inquinamento prodotto dagli scarti produttivi e la contaminazione dei terreni. Le donne hanno cominciato ad assediare i cancelli dello stabilimento, a organizzare manifestazioni e sit-in, coinvolgendo tutte le comunità della regione. Si è così deciso di ricorrere all'Alta Corte di Giustizia del Kerala. Che ha dato ragione alle donne di Plachimada, con una storica sentenza che sostiene il carattere di bene pubblico dell'acqua: nel 2004 il governo regionale è stato costretto a chiudere lo stabilimento. Questo ha prodotto una moltiplicazione delle lotte in tutta l'India, e la formazione di una campagna nazionale di boicottaggio nei confronti di Coca Cola e Pepsi. Ad oggi più di cinquecento tra villaggi, scuole e università e si sono dichiarate “Coca Cola e Pepsi Free”. Questa vicenda dimostra ciò che Gandhi ci ha insegnato: solo prendendo coscienza delle nostre responsabilità si possono ottenere i diritti, solo iniziando a vivere liberamente si può ottenere la libertà.




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11 ottobre 2006

GUERRILLA

domenica, 01 ottobre 2006

UN DECALOGO A FAVORE DELLE NUOVE GENERAZIONI PER LA FINANZIARIA 2007
1.      ACCESSO AL CREDITO
Accesso al credito garantito ai lavoratori flessibili tramite un apposito fondo pubblico di garanzia.

2.      SOSTEGNO ECONOMICO E FORMAZIONE AGLI ATIPICI
Sostegno economico per i lavoratori dipendenti atipici. Tali sussidi verranno erogati in caso di sospensione del rapporto di lavoro e termineranno in caso di rifiuto, da parte del lavoratore stesso, a un altro lavoro offerto dal appositi centri per l'impiego, o a un periodo di formazione equivalente. Il lavoro o la  formazione offerta dovranno essere commisurate al curriculum del lavoratore stesso.

3.      BANDA LARGA COME SERVIZIO PUBBLICO
Collegamenti a banda larga (BROADBAND) garantiti dagli enti pubblici. Le tariffe per tali servizi (da considerarsi "di base") verranno adeguate alle tariffe di acqua ed energia elettrica e verranno gestiti dagli enti locali.

4.      COMPENSI MINIMI PER GLI ATIPICI
Determinazione di dettagliati compensi minimi (attualmente non indicati dalla legge Biagi) per tutte le tipologie lavorative atipiche. A tali compensi dovranno attenersi i soggetti pubblici e privati nel determinare il compenso del lavoratore, e questo in maniera coerente rispetto alla struttura presso la quale il lavoratore verrà impiegato.

5.  SOSTEGNO E TUTELA ALLE PARTITE IVA "POVERE"
E' necessario prevedere delle tutele per i titolari di Partita Iva individuali con basso reddito.  Tale tipologia di lavoro, infatti, è da considerarsi, dal punto di vista sociale, alla stregua degli altri lavori atipici e precari.

6.      SOSTEGNO E AGEVOLAZIONI A MADRI INCINTA E GIOVANI GENITORI
Sostegno economico pubblico mensile per le madri incinta. Agevolazioni (retribuzione in caso di assenza dal lavoro, trasporti e taxi a prezzo ridotto) per i genitori di neonati. Tali misure andranno applicate a tutti i lavoratori che non prevedono simili tutele nel loro contratto di lavoro.

7.      DEPENALIZZAZIONE DEL FILE-SHARING PER USO PERSONALE
Depenalizzazione dello scambio di file in rete (file-sharing) di opere protette da copyright. Tale misura è da intendersi solo per l'uso personale di tali files.

8.     CALMIERAMENTO DEGLI AFFITTI
Forte opera di calmieramento degli affitti tramite agenzie pubbliche gestite dagli enti locali, contratti equi e forte aumento dell’ICI sulle case sfitte.

9.     RADDIOPPIO DELLE ATTUALI BORSE DI DOTTORATI E RICERCATORI
Raddoppio delle borse di studio e degli assegni di ricerca per dottorandi e ricercatori.

10.    INCOMPATIBILITA’ NELLE CARICHE PUBBLICHE
Incompatibilità per cariche pubbliche elettive e di nomina politica. La titolarità di una carica che prevede un qualsiasi compenso, escluderà automaticamente la possibilità di ricoprire altre cariche.

http://www.informationguerrilla.org/rd.php/finanziaria2007.splinder.com/post/9420292/UN+DECALOGO+A+FAVORE+DELLE+NUOVE+GENERAZIONI+PER+LA+FINANZIARIA+2007/




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10 ottobre 2006

no al pD

 

10 Ottobre 2006
Mussi: non salgo su quel treno
Intervista di Ninni Andriolo, da "L'Unità"


Ministro Mussi, il treno del Partito democratico è partito da Orvieto. Le hanno dato appuntamento alla prossima stazione, raccoglierà l’invito?
«Ringrazio per gli appelli che mi sono stati rivolti, ma non avverto il fascino del Partito democratico e, quindi, non salirò su quel convoglio. La mia contrarietà a quel progetto non è una sorpresa».

Scissione in vista dai Ds, quindi?
«Non siamo noi quelli che vogliono liquidare i Ds. Non ho mai nemmeno immaginato la scissione. Sono stato tra i più convinti della svolta nel 1989. Ho sentito molto
la suggestione occhettiana dell'andare oltre. Qui non si va oltre. Si va indietro e fuori. I partiti democratici c'erano già nell'800, prima del movimento socialista. Qui si torna a due secoli fa e si deraglia».

Quindi?
«Presenterò un'altra prospettiva politica al congresso Ds. Ma serve un congresso con regole occidentali autentiche. Perché non avvenga - come è accaduto negli anni scorsi - che certe organizzazioni passino da mille a diecimila iscritti in quindici giorni. Chiederò anche che il segretario venga eletto con voto diretto e segreto».

E quale sarà la piattaforma politica della sua mozione?
«Il rafforzamento dell'alleanza democratica di centrosinistra. Ritengo che il rapporto con la Margherita sia assolutamente importante, ma non credo a un partito unico Ds-Dl. Io proporrò la riunificazione della sinistra italiana, con forti caratteri collegati al movimento socialista internazionale e a tutto il pensiero critico sugli assetti del mondo».

Se dovesse perdere farà un altro partito, magari con il Prc?
«Non mettiamo il carro davanti ai buoi. In ogni caso c'è un'esperienza comune di governo che fa evolvere i caratteri di tutti. Non si tratta semplicemente di pensare le cose a bocce ferme».

Ma si parla già di una "Orvieto due" promossa dal Correntone per dare vita a una Fondazione e a un manifesto. Prove generali per un nuovo partito della sinistra?
«Sono le cose che avevo già illustrato alla feste de l'Unità di Pesaro, A Orvieto, sabato scorso, è stato annunciato già un nuovo partito. Due mi sembrano esagerati. Se i Ds dovessero sciogliersi sono aperte tutte le ipotesi. Ma intanto restiamo all'oggi».

Nessun rammarico per non aver partecipato al seminario dell'Ulivo?
«Nessun pentimento, il nostro gesto è stato meditato e serio. L'appuntamento era stato presentato come l'avvio del Partito democratico e la cosa straordinaria è che nei Ds, forza politica alla quale appartengo, non è mai stato votato alcun documento che parli di Partito democratico. Non c'è un solo atto passato al vaglio degli iscritti».

L'ultimo congresso impegnò la Quercia per la Federazione...
«Certo e quando obiettammo che quella ipotesi poteva costituire l'anticamera del partito unico, ci si rispose sdegnosamente che il nostro era un processo alle intenzioni. All'ultimo congresso, in realtà, era stato votato un documento di maggioranza che indicava la strada di una Federazione che, però, non è stata mai fatta funzionare. Peraltro, una Federazione non ristretta a Ds e Margherita, visto che avrebbe dovuto comprendere Sdi e Repubblicani europei».

Sta di fatto che Ds e Dl si sono presentati sotto il simbolo dell'Ulivo anche alle ultime elezioni...
«Anche io, dal 1996, ho contribuito a fare affermare quel simbolo elettorale. Faccio notare che l'Ulivo che si presentò nel maggioritario comprendeva, allora, tutto il centrosinistra tranne Rifondazione. E che, successivamente, la Federazione riformista era composta da Ds, Dl, Sdi e Repubblicani. Oggi, invece, l'ipotesi concreta sul tappeto è quella dell'unificazione tra Ds e Margherita. E' come la sinfonia degli addii, nella quale gli strumenti escono di scena uno dopo l'altro. Oggi sono rimasti in due a suonare. E il 44% del '96 si è ridotto al 31% di quest'anno».

L'unificazione tra Quercia e Dl non costituisce di per sé una novità dirompente?
«Lungi da me sminuire la portata di tale operazione che, però, non posso condividere. Non dico e non dirò mai che si sta realizzando un tradimento, un'abiura o una fellonia. Ricordo, però, che l'ultima volta che votai una mozione congressuale di maggioranza, questa parlava di una grande sinistra in un grande Ulivo».

Chi tra i Ds ne sposa la causa, sostiene che il Partito democratico serve anche a mantenere vive le ragioni della sinistra...
«Voglio ricordare che Rutelli afferma, legittimamente dal suo punto di vista, che c'è bisogno di una formazione di centrosinistra e non di sinistra-centro e che in campagna elettorale la Margherita ha dovuto combattere per evitare che l'Ulivo si presentasse come una formazione di sinistra. Ecco, io penso che in Italia non si possa governare se non con una coalizione di centrosinistra. Penso anche, però, che per l'oggi e per il domani sia necessaria una sinistra autonoma di ispirazione socialista».

Per Fassino l'80% di iscritti ed elettori Ds chiede il Partito democratico. Non è così?
«I soliti sondaggi. Ormai il nostro nume ispiratore non è Antonio Gramsci, ma Ilvo Diamanti. Abbiamo preso diverse cantonate con i sondaggi, non vorrei che quella di Fassino fosse l'ennesima. Vorrei ricordare, in ogni caso, che se a dire no a quella prospettiva fosse soltanto il 20% del nostro popolo, questo basterebbe a portare l'Ulivo sotto il 30%».

Il documento sul partito approvato a Orvieto immagina componenti e minoranze. Non la riguarda?
«Si offre la costituzione di correnti prima ancora della fondazione di un partito. In genere il processo è inverso. Altro che federazione tra partiti, siamo alla federazione tra correnti. Non credo che così si vada lontano».

Non crede che il progetto di Orvieto possa radicarsi nel tempo?
«A Orvieto si è discusso di tante cose, tranne che dell'essenziale. Cioè di identità, di collocazione internazionale, di valori fondativi, di rappresentanza del lavoro e del complesso della società. E non è un caso, tra l'altro, che per ora si tenda ad accantonare la questione della collocazione internazionale. Insomma, il Partito democratico italiano rischia di diventare solo un grande contenitore elettorale».

Fassino, però, insiste sul rapporto tra Pd e Pse…
«Vedo che si cerca una qualche soluzione linguistica. Il problema non è trovare un modo qualunque per non far sentire nessuno fuori casa quando è in trasferta. Il tema del collegamento internazionale è direttamente legato all'identità qui, a casa nostra».

Anche fuori dai nostri confini, però, il rinnovamento del campo socialista è all'ordine del giorno...
«Lo so bene che a livello planetario il socialismo, oltre a essere una realtà, è anche un problema. In Europa si trova in diverse versioni: piu' centriste e moderate o piu' radicali, come quella di Zapatero. Io, ad esempio, non potrei condividere una versione blairiana. In Gran Bretagna tuttavia, spostato più a destra o piu' a sinistra, c'è sempre il Labour. Ci sono fluttuazioni, ma resta un campo del socialismo».

Un campo all'altezza di sfide inedite che riguardano la bioetica, la ricerca, il mercato, le libertà, l'ambiente, la pace, la globalizzazione?
«Non ho mai pensato al socialismo come a una collezione di cacicavalli appesi, non ho mai considerato magiche parole come socialismo e socialdemocrazia. Avverto anch'io la necessità di una rifondazione socialista».

D'Alema immagina un nuovo partito che tenga dentro anche le componenti radicali. Parole che la lasciano indifferente?
«Ho apprezzato queste cautele e questi interrogativi. D'Alema, oggi, è l'uomo che si rende più conto della problematicità del processo. Ma trovo velleitaria l'idea di tenere tutto. E' evidente che l'operazione del Pd ha un costo, perché non può essere universalmente condivisa. Mi preoccupa, tra l'altro, la discussione sul partito che stabilisce un rapporto diretto leader-elettori».

Orvieto ha bocciato quella ipotesi...
«Quella ipotesi circola ampiamente. L'idea che un partito nasca sotto un gazebo equivale a quella dei bambini che nascono sotto i cavoli. La considero una versione di sinistra del populismo plebiscitario».




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